Leon Battista Alberti e la Terra Cruda

prospettiva secondo Leon Battista Alberti

Leon Battista Alberti e la Terra Cruda

Leone Batista Alberti

L’architettura rinascimentale si occupava già di tecniche costruttive in terra cruda, perché al giorno d’oggi  stiamo costruendo ancora in cemento e derivati dal petrolio?  Leon Battista Alberti già nel 1450, esaltava le proprietà della terra cruda: “…A tal fine il materiale più comodo è il mattone, sia esso cotto sia – meglio ancora – crudo e ben seccato (tecnica dell’adobe). Un muro costruito con mattoni crudi riesce giovevole (vantaggioso) alla salute degli abitanti dell’edificio, resiste ottimamente agli incendi e non subisce soverchio (eccessivo) danno dai terremoti”.

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Tra le pagine del “De re ædificatoria”, un trattato in dieci libri sull’architettura scritto intorno al 1450 da Leon Battista Alberti (Genova 1404 – Roma 1472), non stupisce di trovare citazioni sulla Terra Cruda e il suo impiego, poiché essa è una tecnologia molto antica e diffusa in tutto il mondo.

Sappiamo che l’Alberti è uno dei più grandi umanisti del Rinascimento, ha una cultura vastissima e un’attività multiforme, che ben si riflette nelle sue opere. Studioso di monumenti antichi e teorico dell’architettura, egli fonda il suo principale ideale estetico sull’armonia proporzionale che segue i rapporti geometrico-matematici delle forme naturali e della musica, concetti che scaturiscono dallo studio dell’architettura classica, di Vitruvio (80 a.C. circa- dopo il 15 a.C. circa), ma anche da molta invenzione, libertà interpretativa, mentalità aperta e moderna.

Proprio dal “De architectura” di Vitruvio che l’Alberti trae l’impianto per la stesura di un moderno trattato sull’architettura, che intitolerà “De re ædificatoria” (1450 circa), dove l’autore sviluppa una trattazione sistematica e rigorosa dei diversi argomenti relativi all’arte dell’edificare, dagli aspetti tecnici a quelli progettuali, rivolgendosi a un pubblico colto – è scritto in latino e non in volgare -, costituito non da architetti bensì dai loro committenti, quei principi umanisti – laici o esponenti del clero – che auspicano un catalogo di criteri pratici ed estetici per progettare e redigere le proprie opere edilizie.

Infatti, analizzando il “Libro III” intitolato “dell’esecuzione dell’opera” – che in Vitruvio corrisponde alla firmitas, traducibile con solidità nella statica e nei materiali -, l’Alberti, nel diffondere informazioni sui vari tipi di murature già in uso nel mondo antico, restituisce una chiara gerarchia dei materiali da costruzione, dove al primo posto c’è sicuramente la pietra da taglio, marmo e travertino, considerati materiali nobili ed eleganti (scelti solitamente da quella committenza colta a cui il trattato è destinato), mentre il laterizio non sembra interpretare al meglio l’ideale costruttivo antico, bensì un ruolo e una destinazione d’uso determinata da una logica strettamente funzionale per quanto riguarda la praticità costruttiva.

L’Alberti non si sottrae a riconoscere il suo apprezzamento per le caratteristiche tecniche di solidità insite in quelle tipologie di murature fabbricate con materiali più “poveri”, visto il suo atteggiamento di viva curiosità verso tutta la tecnica, documentata non solo da una prodigiosa conoscenza delle fonti classiche, ma anche da una esperienza tratta dalla tradizione artigianale, come si evidenzia in questo passo sempre contenuto nel “Libro III”: “ (…) Quanto ai muri costruiti col solo materiale di riempimento (tecnica del pisé), se ne trovano vari tra gli edifici dell’antichità, e sono perfettamente solidi. Il procedimento nel murare è qui lo stesso impiegato nelle costruzioni di fango che si facevano in Africa e in Spagna: si dispongono due sponde di tavole o di graticci, che hanno funzioni di involucri finché il materiale versatovi non si sia rappreso.(…) In Africa vi calcano sopra, col piede e con picconi da spianare, una melma viscosa, resa plasmabile con irrorazioni e impastamenti. (…) Nelle mura di terra dell’Africa mescolano al fango lo sparto (graminacea dell’Africa settentrionale, che fornisce una fibra tessile) o il giunco marino; opera sorprendente a descriversi, perché resiste inattaccabile a venti e piogge. Al tempo di Plinio si potevano vedere torri e posti di vedetta, costruiti con il fango sulle giogaie (creste) dei monti, che risalivano ai tempi di Annibale (…)”.

Scorrendo ancora lo stesso libro, Leon Battista Alberti ci offre altre citazioni sull’impiego della Terra Cruda nell’antichità, in particolar modo quando descrive le parti principali che costituiscono il muro, affermando che “inalzerai il muro con pietre e calcine ben solide, finché l’opera raggiunga l’altezza di un piede da terra (zoccolo o podio); per quanto riguarda il resto della parete, non sarai biasimato se anche preferissi farlo di mattoni crudi”. In un altro passo, invece, ci ricorda che “nella Sabina si costruiscono i recinti delle ville con mattoni crudi”.

Anche di fronte alla necessità di “consolidare le mura delle fortificazioni contro le lesioni prodotte dalle armi da lancio” pensa che il modo migliore sia di innalzare “lungo la linea del muro dei contrafforti a base triangolare, con un angolo rivolto verso il nemico, distanti l’uno dall’altro dieci cubiti, e si conducano dall’uno all’altro degli archi, formando delle volte; gli spazi vuoti che vi rimangono, a guisa di scafi d’imbarcazione, si riempiano con argilla e paglia ben battute e rassodate. In questo modo la violenza demolitrice delle macchine belliche verrà rallentata dalla mollezza dell’argilla; inoltre, per quanto il muro possa esser continuamente investito dalle macchine, esso non verrà demolito se non in punti isolati e facili a turarsi rapidamente”.

Fin qui l’Alberti ci restituisce degli esempi pratici riguardo alle modalità operative e artigianali applicate alla Terra Cruda, già in uso nel passato e ancora valide nel suo tempo, fugando gran parte dei pregiudizi che siano costruzioni fragili, resistenze a tutt’oggi percepibili.

Proseguendo nella lettura dello stesso libro, al “capitolo XI” è presente una citazione davvero illuminante, in cui traspare più che mai l’umanesimo e la modernità del pensiero dell’Alberti; infatti scrive: “ (…) Vi sono però altri modi di legare le pietre da costruzione: talora ad esempio, non si applica la calcina, ma fango (…). Le pietre che si cementano con il fango conviene siano di forma quadrata e molto secche. A tal fine il materiale più comodo è il mattone, sia esso cotto sia – meglio ancora – crudo e ben seccato (tecnica dell’adobe). Un muro costruito con mattoni crudi riesce giovevole (vantaggioso) alla salute degli abitanti dell’edificio, resiste ottimamente agli incendi e non subisce soverchio (eccessivo) danno dai terremoti”.

prospettiva secondo Leon Battista Alberti

Queste parole, dal nostro punto di vista, dimostrano la straordinaria novità e l’attualità del pensiero albertiano nei confronti del costruire, dove il grande architetto non si limita a menzionare questi materiali soltanto perché usati fin dall’antichità, ma compie un’operazione critica a proposito del mattone crudo, quando afferma che “crudo e ben seccato” risulta migliore di quello cotto.

C’è di più. Da questa considerazione, che potremmo definire più “tecnica” e legata alla buona riuscita di una costruzione, si passa ad una visione dell’architettura di stringente attualità, dove non si pone attenzione soltanto alla mera funzione dell’edificio in quanto oggetto, ma lo si considera in una visione “olistica”, ossia nella sua globalità uomo-natura. Infatti, solo da un materiale come la terra “cruda” è possibile trarre benefici, perché è “materia viva”, che, in quanto tale, ha la capacità di scambiare continuamente le sue molteplici proprietà benefiche con gli occupanti dell’edificio.

Oltre a preservare la salubrità dell’ambiente costruito e dell’ambiente in senso lato grazie alla sua produttività che si può definire circolare, perché è un materiale completamente riciclabile, la terra cruda per la sua composizione chimica, costituita soprattutto da minerali inerti, cioè da materia non organica che quindi non brucia, “resiste ottimamente agli incendi”, e di conseguenza possiede un’elevata resistenza al fuoco. L’altro aspetto trattato dall’Alberti, ultimamente, purtroppo, alla ribalta delle cronache, sfata il pregiudizio ricorrente che riguarda la presunta fragi

copertina de re aedificatoria

lità della Terra Cruda di non resistere al tempo e ai movimenti della terra, poiché asserisce, certo della sua esperienza data dall’osservazione diretta delle grandi opere antiche, che la Terra Cruda “non subisce soverchio danno dai terremoti”. Studi recenti confermano che spesso le costruzioni in Terra Cruda resistono meglio alle sollecitazioni sismiche rispetto al cemento armato, grazie ad una maggiore duttilità e capacità di dissipare l’energia che si sprigiona durante una scossa.

 

La citazione suddetta si chiude in realtà con un’affermazione dell’Alberti che di primo acchito potrebbe far pensare a un grosso limite della Terra Cruda, per il fatto che “non regge gl’impalcati, – probabilmente a causa della sua scarsa resistenza meccanica – “salvo che non abbia un adeguato spessore”. Sicuramente nel Quattrocento questa caratteristica dell’argilla potev

a essere considerata una manchevolezza di non poco conto, però con la tecnologia moderna e, come annota lo stesso teorico dell’arte, “un adeguato spessore” ovverosia una giusta progettazione, oggi questa problematica di certo può essere facilmente affrontata e superata.

Appare molto chiaro il messaggio che l’Alberti vuole trasmetterci: la terra cruda ha molteplici virtù ed è un materiale di alta qualità; così facendo il grande architetto fiorentino si rende fautore delle istanze dell’architettura sostenibile e della “eco-sostenibilità” della Terra Cruda, materiale da millenni utilizzato dall’uomo e improvvisamente dimenticato o, per meglio dire, volutamente dimenticato negli anni del boom economico italiano per lasciare posto ad altri materiali, quindi non per limiti tecnici, ma per resistenze soprattutto culturali.

 



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